La statua di Cristo Re nella chiesa parrocchiale di Citluk

Cari fratelli e sorelle,
domenica scorsa ho interrotto la stesura del mio scritto per accostarmi al Sacramento dell’Eucaristia, nella Messa serale di Citluk, alle 19.

Ero felice come una bambina che riceve la prima Comunione, come lo erano anche gli altri fedeli, tutti ben distanziati, armati di sedioline per accomodarsi all’esterno della chiesa e ben vestiti.

Ho notato proprio questo: erano eleganti, perché era festa; non era una domenica come le altre, era il prendere coscienza che ogni domenica è davvero Pasqua.

Nel fine settimana precedente, coincidente con la festa della Divina Misericordia, avevamo già tirato un sospiro di sollievo, con la notizia delle sensibile diminuzione del numero dei contagiati, che lasciava presagire un ritorno alla normalità.

Mi permetto di esternare una mia considerazione: non è vero che partecipare alla Messa da casa, seguendola in streaming, è la stessa cosa di essere presente fisicamente! No, non è vero, almeno per quel che mi riguarda.

Voi come vi sentireste, se foste invitati a un pranzo e, non potendo presenziare, doveste accontentarvi di un video in diretta del banchetto? Ho pianto di gioia e piangeva anche mia cognata, venuta da Medjugorje, dove la chiesa ancora non era stata aperta.

Guardarsi mantenendo le distanze e non potendosi neanche stringere la mano era strano, quasi buffo, ma non c’era nulla di spiegare: tutti sapevano come comportarsi e volevano godersi quel momento tanto atteso. Avevamo tutti tanto pregato per ritrovarci intorno a Gesù Eucaristia e la grazia era arrivata, era lì davanti a noi.

Devo fare un appunto che mi sembra doveroso, per onestà intellettuale e per permettere che il messaggio non arrivi distorto a un lettore ferito e sofferente, in merito al mio scritto di domenica: sottolineare che qui le celebrazioni sono riprese non significa stuzzicare l’ invidia delle “cose sante” con un patetico ” noi ce l’abbiamo e voi no”, si tratta solo di constatare che, a emergenza rientrata, in condizioni di sicurezza ed igiene ottimali, la Messa si può celebrare con l’assemblea, senza enormi difficoltà, così come chiarito dalla CEI, nella reazione alla conferenza di Conte di quella stessa sera. Si può perché qui e altrove si sta facendo, e si deve testimoniare, basta attenersi alle disposizioni. (Vedi Germania e Polonia)

Mi infastidisce profondamente, invece, notare che ci si sta concentrando sulle porte aperte o chiuse di San Giacomo: sembra quasi che si segua ogni mossa della parrocchia per contestare l’operato dei frati o per fare fanatismo; ebbene, la chiesa è stata aperta ieri, dalle 8 alle 16, per la preghiera personale e per l’Adorazione silenziosa, e sarà così fino al ripristino degli orari delle celebrazioni.

Mi rivolgo a molti utenti “medjugorjani” che hanno fatto tanto trambusto per la notizia della chiesa aperta: che novità è questa? Cosa c’è di speciale, visto che molti parroci italiani, nel silenzio e pur sopportando la tortura mediatica, non hanno mai serrato le porte delle chiese, per offrire consolazione alle anime ?

Perché cerchiamo sempre di cavalcare la notorietà, sfruttando qualsiasi informazione, come se si trattasse di una gara a chi arriva prima, fino al punto di ridicolizzare Medjugorje?

Adesso che è finita la corsa alla pubblicazione del messaggio del 2, con tanto di figure penose su molti profili per aver fatto un obbrobrioso “copia e incolla”, pur di attaccare un testo sul proprio “muro di facebook” (dimostrando di non aver neanche letto il messaggio) adesso ci si scatena nell’inseguire le notizie di come si vive qui la quarantena, pur non essendocene di così “piccanti”.

Volano gli uccelli, il gallo canta, la gente lavora nei campi e non volano gli asini…

Forse, credo io, dopo 39 anni, era finalmente arrivato il momento in cui gli abitanti di Medjugorje e dintorni potessero vivere la propria appartenenza a una comunità parrocchiale, lontano dagli effetti distorsivi della “fama” che il villaggio in mezzo ai monti ha raggiunto nel panorama della cristianità.

Non era facile per i parrocchiani essere sempre relegati a orari improponibili, pur di lasciare spazio al programma di preghiera serale: i matrimoni venivano sempre celebrati in una chiesa invasa dai pellegrini, spesso poco rispettosi, nonostante venissero scelti orari in cui, di solito, i gruppi pranzavano o riposavano nelle pensioni. Stessa sorte per i battesimi.

Adesso, gli abitanti di questo paesello hanno il dono di vivere nel silenzio e nel raccoglimento la propria identità di parrocchiani: Non c’è nulla da sbattere in prima pagina, portiamo rispetto, piuttosto e ricordiamoci che questa è una parrocchia scelta in rappresentanza di tutte le altre sparse per il mondo, va educata, seguita e ammonita, per ciò che rappresenta agli occhi di tanti altri fedeli.

Torniamo ai messaggi dei primi anni, 1981/82/83.

Cosa c’era da raccontare di Medjugorje, in questi giorni dolorosi, dopo che siamo stati investiti da una traumatica chiusura delle frontiere, dopo che decine di nostri connazionali erano rimasti chiusi dentro o “nel limbo”, dovendo essere rimpatriati dalle autorità consolari croate o della Bosnia Erzegovina, senza sconti per nessuno? Cosa c’era da dire se non che tutte le immagini che abbiamo pubblicato con l’intenzione di offrire conforto, invitavano al silenzio e al “ritirarsi nel deserto“? Cosa c’era da dire se non che, anche qui, si soffriva, si moriva, si lottava in ospedale e si perdeva il lavoro, quando il virus si èabbattuto con tutta la sua violenza distruttiva su di noi? Anche il Brotnjo ha pianto le sue vittime, per quanto inferiori di numero a quelle di molte province italiane. I religiosi di Miletina hanno subito prima la vessazione mediatica locale, per poi contare tre morti sul campo di battaglia, nel solo convento “incriminato”. Sono martiri . Non esistono privilegiati, neanche qui a Medjugorje. Mettetevelo in testa. Si nasce, si muore e si resta disoccupati anche qui, ma si vive con una consapevolezza molto più concreta del dover convivere con sorella morte. Si è più preparati a partire improvvisamente, e io l’ho capito con il tempo, mentre prima questo aspetto mi impressionava.

Non pensate che sia così strano che il viale della chiesa, che siete abituati a percorrere tra migliaia di pellegrini, fosse vuoto. Chi doveva gironzolare in quelle strada se gli alberghi, i ristoranti, i bar e la stessa chiesa erano chiusi? Al massimo, capitava di imbattersi in qualche anima desiderosa di pregare nel nascondimento, celando gli occhi gonfi dietro agli occhiali da sole, nel proprio smarrimento interiore e nel contemplare uno spazio sacro che mai era stato così vuoto, neanche durante la guerra.

Mi sono tornati in mente, in questi giorni difficili, due episodi di quando ancora viaggiavo incessantemente tra le due sponde dell’Adriatico e credo che possano essere utili anche ai lettori, in quanto pillole per lo spirito. A Medjugorje ho imparato a meditare, a stare lunghi periodi nel silenzio, per poi provare nuovamente il desiderio di condivisione con il prossimo di quanto “immagazzinato” nei momenti di riflessione.

Una volta ho chiesto a un sacerdote, anni fa, perchè non provassi più l’entusiasmo, le “emozioni” e le sensazioni della prima volta,pur sentendo il desiderio di tornare a Medjugorje, e mi sono sentita rispondere :” Figliola, questa è una grazia. Non si può vivere per sempre sulle nuvole” .

Un’altra volta, quando i pellegrinaggi da me “collezionati” erano già numerosi e avevo preso una serie di “batoste” cocenti , proprio qui (a dispetto di quanti credono che in questo luogo siano tutti santi), sono tornata in Italia con la bocca “serrata”. Non volevo parlare con nessuno, ma non ero nè triste nè arrabbiata. Tacevo e sentivo come se delle tenaglie stringessero la mia lingua, ma non mi pesava assolutamente, avevo bisogno di stare in silenzio. Chi era intorno a me era stupito da questo cambiamento, conoscendo il mio carattere estroverso e l’energia che avevo dentro ogni volta, al rientro da Medjugorje. Invece, il ritorno dalla terra di Maria, in quell’occasione, aveva fatto nascere in me un fortissimo desiderio di non ascoltare la mia voce, ma quella di Colui che aveva parlato al mio cuore in quei giorni di pellegrinaggio. La mia guida spirituale mi spiegò che anche quella era una grazia e che dovevo impegnarmi per conservarla più a lungo possibile: riuscire a spegnere la voce dell “Io” per dare spazio solo a Dio. Quante volte Mirjana o Suor Kornelija hanno ripetuto che non bisogna tornare da Medjugorje dicendo “Ho visto questo, ho visto quello?” perchè basta dare l’esempio, e gli altri si accorgeranno del nostro cambiamento fino a desiderare quella stessa pace?

Purtroppo, molti “medjugorjani” incappano nell’errore dell’autocelebrazione e, quel che è peggio, di non accettare neanche una direzione spirituale, dando ragione a quanti, tra teologi e laici, proprio non reggono le ondate di fanatismo legate a questo luogo sacro, arrivando ad avversare queste mariofonie. Dispiace constatarlo, ma è un dato oggettivo.

Cerchiamo di non perdere mai di vista le indicazioni dei sacerdoti, soprattutto se ci colpiscono, se ci umiliano, se ci feriscono! A Medjugorje ho imparato che le ferite sanguinano a lungo, di qualsiasi tipo esse siano, da quelle fisiche della persecuzione, a quelle della critica, del martirio, del disordine postbellico, dello scontrarsi con una cultura e con una mentalità diversa, che non ama dilungarsi in dibattiti e chiacchiere, ma va al sodo.

Domenica ho spiegato come non fossi a conoscenza, insieme ad altri fedeli, dell’apertura della chiesa di Citluk: avevo parlato troppo, avevo perso tempo a chiedere : “Ci sarà o non ci sarà?” mentre i frati hanno tagliato corto: l’hanno aperta e basta, celebrando l’Eucaristia con il popolo e senza perdersi in parole sprecate. Meglio ricevere una bellissima sorpresa che una profonda delusione, non vi pare?

Voi che andate bonariamente e ingenuamente alla ricerca dei segni, ricordatevi della parola “Sacramento”. Questi mesi senza Gesù Eucaristia resteranno ben impressi nel nostro cuore, perchè ci tornerà in mente quanto abbiamo pianto per la mancanza dei “Segni”, ossia dei Sacramenti. Sarà una grande festa, ogni volta, tornare alla Sua presenza!

Medjugorje, Krstine, 28 aprile 2020,
Claudia

Scritto da:

Claudia@ReginaDellaPace.IT

Sono nata in Italia il 17 Aprile 1982 a Foggia, sono arrivata a Medjugorje nel 2010 ed il 14 Febbraio 2015 ho sposato Mario, nato e residente nella regione che comprende Medjugorje; adesso sono madre di due bellissime bambine e divido la mia vita fra Citluk, Medjugorje e l'Italia.

Sono Laureata in Lingue all'Università di Chieti e Pescara ed ho lavorato anche all'Università di Mostar (Filozofski Fakultet Sveucilista u Mostaru). Grazie a queste competenze ma, soprattutto, per la mia devozione alla Madonna, che mi accompagna dall'infanzia, mi sono occupata a vari livelli di pellegrinaggi, ed ho scritto più articoli per varie riviste.