È una notte di aprile 2020, a Medjugorje il vento ulula e scuote gli infissi: mi sono svegliata. Ci siamo trasferiti qui da quasi un mese, da quando sono entrate in vigore le restrizioni della Federacija, per offrire un piccolo spazio all’aperto alle bimbe e per stare più vicino alla Gospa.

La mente è in viaggio: ogni pensiero vola in Italia, raggiunge gli amici, i parenti, e tutti i miei connazionali che vivono nella tribolazione a causa della pandemia, ormai da mesi.

Ogni giorno ricevo le loro richieste di preghiera, mi comunicano il loro tormento, la difficoltà di vivere confinati in pochi metri quadrati con bambini o anziani da gestire, lo smarrimento nel dover chiudere un’attività lavorativa che, fino a poco tempo fa, andava alla grande, il dolore per la dipartita di un parente, la sofferenza di vedere i propri figli chiusi in casa, ecc.

Mi guardo intorno, dopo aver acceso la luce; tutti dormono e posso dedicarmi alla preghiera silenziosa, all’incontro con Gesù e Maria, mentre gli occhi, stanchi e speranzosi, si posano sul quadretto appeso alla nuda parete bianca.

Mi trovo in una stanza dove chissà quanti pellegrini hanno riposato, pregato e pianto: le pareti sono intrise di invocazioni e meditazione.

Contemplo un’immagine simile a una delle tante che che mi portavano le mie nonne quando ero bambina, che aspettavo come reliquie preziose, al loro ritorno dai Santuari: è la Madonna di Fatima, con il cuore trafitto da spine acuminate che rappresentano i peccati degli uomini; in fondo all’effige campeggia l’esortazione: “Recitate ogni giorno il Rosario e avrete la pace“.

Dopo un’ infanzia in attesa dei santini che mi portavano le nonne, per grazia di Dio, mi trovo a Medjugorje, dove la Madonna ha promesso che porterà a termine ciò che ha iniziato a Fatima, e mi si stringe il cuore, pensando a quanto sarebbe bello portarle a visitare la chiesa di San Giacomo, dopo tutte le loro preghiere per me.

Una di loro, la nonna Antonietta, è già con la sua amata Vergine Maria, a cui era tanto devota, l’altra, nonna Lina, non potrà mai affrontare il viaggio per venire qui da Foggia, essendo molto anziana.

Non saremo mai insieme fisicamente in questo posto, ma un giorno percorreremo per mano i giardini del Paradiso, per intercessione di Colei che mi hanno insegnato a conoscere e amare, fin da quando ero solo una bambinetta.

Penso a quel candore infantile che non tornerà mai più, all’ innocenza e a tutti i rosari sgranati, attingendo nutrimento per lo spirito da ogni movimento delle loro dita laboriose che percorrevano i grani della corona.

Quando nonna Antonietta tornò da Fatima, nel lontano 1992 (forse ’93), mi appassionai alla figura dei pastorelli che avevano visto la Madonna, in quel paese lontano, così tanti anni prima. Cosa c’era di speciale in loro? Erano diversi dai bambini con cui mi trovavo a condividere l’ infanzia, non solo perché vissuti in un’epoca lontana, di grande sofferenza, nella semplicità di un villaggio agreste, e perché leggevo che parlavano il dialetto di una lingua diversa dalla mia, ma per la tematica dei loro argomenti, così “forti”: sacrificarsi per la conversione dei peccatori. I bambini di quell’età ( 7, 9 e 10 anni quando la Madonna apparve loro), di solito non pensano a offrirsi vittime in espiazione dei peccati, sono presi dai giochi e dallo scoprire il mondo.

Dopo aver contemplato sulla terra la Madre di Dio, con le apparizioni del 1917 alla Cova da Iria, il pensiero di quei piccoli veggenti era rimasto ancorato alla Sua promessa di portarli in Paradiso con Lei; questo li consolava dopo la visione dell’Inferno, ma li spronava a offrirsi vittime per la salvezza degli altri.

Sapevano che Giacinta e Francesco sarebbero andati via presto, mentre a Lucia spettava il compito più doloroso, quello di restare un tempo molto più lungo, sulla terra, prima di raggiungere la gloria promessa.

Il resto della loro breve esistenza sarebbe stata costellata da pesanti croci da offrire per permettere ai peccatori di emendarsi, di guadagnarsi la vita eterna: portavano il cilicio e rinunciavano a nutrirsi, regalando la propria colazione ai bambini poveri.

Per Giacinta il momento del trapasso avvenne in ospedale, da sola, come le aveva preannunciato la Madonna che, però, le aveva promesso di andare assisterla nel momento estremo. Si era ammalata a causa del virus della “spagnola” nell’ottobre 1918, un anno dopo la fine delle apparizioni, e morì il 20 febbraio 1920, nell’ospedale di Lisbona, in totale solitudine, un mese dopo aver salutato Lucia e i suoi genitori. Il suo fratellino Francesco era già partito per il cielo il 4 aprile 1919, colpito dalla stessa malattia.

Giacinta era tormentata dalla polmonite e, nelle sue peregrinazioni da un ospedale a un altro, era costretta a curare una grande ferita aperta nel petto. Per lei era uno strazio sopportare la visita dei curiosi che le chiedevano delle apparizioni, ma offriva quel sacrificio con amore. La sua mamma, distrutta dal dolore per la perdita di Francesco, tentava in ogni modo di alleviare il calvario della sua bambina, offrendole latte caldo o rimedi naturali. Giacinta accettava queste premure solo per sacrificarsi, ma era in preda alla nausea, ogni volta.

Nelle memorie di Suor Lucia, uno dei quaderni scritti dalla veggente in obbedienza ai superiori e ai vescovi susseguitisi nella sua lunga vita, successivamente reso pubblico, possiamo leggere alcuni dei ricordi e delle descrizioni più toccanti di sua cugina Giacinta:

“Quando sua madre si mostrava triste, al vederla così malata, lei diceva: «Non essere triste mamma: vado in Cielo. Lassù pregherò molto per te». Altre volte diceva: «Non piangere, io sto bene». Se le domandavano se avesse bisogno di qualcosa, lei rispondeva: «Grazie davvero, non ho bisogno di niente». Quando si ritiravano mi diceva: «Ho molta sete, ma non voglio bere, l’offro a Gesù per i peccatori». Un giorno in cui la zia mi fece alcune domande, lei mi chiamò e mi disse: «Non voglio che tu dica a nessuno ch’ io soffro; neppure alla mia mamma, perché non voglio che si preoccupi». Un giorno la trovai che abbracciava un’immagine della Madonna e diceva: «O mia Mammina del Cielo! Ma dunque devo proprio morire sola?». La povera bambina sembrava spaventata all’ idea di morire sola. Per rasserenarla, le dicevo: «Cosa t’ importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti?» . «È vero, non m’ importa niente . Ma non so come sia! Certe volte non mi ricordo che Lei verrà a prendermi, mi ricordo soltanto che morirò senza averti vicina a me» . Arrivò finalmente il giorno di partire per Lisbona. Al momento dell’ addio, spezzava il cuore. Rimase molto tempo abbracciata al mio collo e diceva, piangendo: «Non ci rivedremo mai più! Prega molto per me, fino a quando me ne andrò in cielo! Là, poi, io pregherò molto per te. Non dire mai il segreto a nessuno, neppure se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore Immacolato di Maria e fa’ molti sacrifici per i peccatori» . Da Lisbona mi mandò a dire che la Madonna era già andata a vederla e che le aveva detto l’ ora e il giorno in cui sarebbe morta e mi raccomandava che fossi molto buona.”

Giacinta e Francesco morirono mentre la pandemia stava seminando morte e distruzione in Europa e nel mondo, nella popolazione già duramente provata dal conflitto e dalla carenza di cibo.

I più esposti al contagio e al decesso furono proprio i più giovani la morte sopraggiungeva per soffocamento, dopo che i malati avevano assunto una colorazione bluastra e, il più delle volte, erano in isolamento e lontano dai propri cari.

Un secolo dopo la loro salita al cielo ci troviamo a vivere la tragedia della pandemia di Covid+19 che sta mietendo vittime in ogni parte del globo Chiediamo a Santa Giacinta Marto, vittima e martire per le conversioni, di assistere tutti i malati che oggi e, nei prossimi giorni, lasceranno questo mondo, in solitudine e sfiancati dall’affaticamento respiratorio.

Un giorno, quando saremo davanti al Trono dell’Altissimo, ci sarà mostrato il valore e il senso di tutte queste sofferenze nella nostra vita terrena, cambiate in perle di grazia e conversione per coloro che non avevano ancora incontrato l’amore di Dio, prima di allora.

Medjugorje 22 aprile 2020
Claudia

Scritto da:

Claudia@ReginaDellaPace.IT

Sono nata in Italia il 17 Aprile 1982 a Foggia, sono arrivata a Medjugorje nel 2010 ed il 14 Febbraio 2015 ho sposato Mario, nato e residente nella regione che comprende Medjugorje; adesso sono madre di due bellissime bambine e divido la mia vita fra Citluk, Medjugorje e l'Italia.

Sono Laureata in Lingue all'Università di Chieti e Pescara ed ho lavorato anche all'Università di Mostar (Filozofski Fakultet Sveucilista u Mostaru). Grazie a queste competenze ma, soprattutto, per la mia devozione alla Madonna, che mi accompagna dall'infanzia, mi sono occupata a vari livelli di pellegrinaggi, ed ho scritto più articoli per varie riviste.