Sono passati 28 anni e la storia sembra ripetersi.

Il 6 aprile 1992 le famiglie di Citluk, Medjugorje e di tutte le frazioni del Brotnjo corsero a nascondersi nelle cantine, dopo circa 15 minuti dall’allarme lanciato dal suono dei campanili e della sirena del comune: stavano arrivando dalla Serbia gli aerei dell’ esercito popolare jugoslavo, “JNA”, carichi di bombe per colpire la terra di Maria. La popolazione era abituata a udire quel suono solo il primo giorno del mese e per il compleanno di Tito, il dittatore che aveva fondato l’ex Jugoslavija: questa volta era presagio di morte.

Le bombe caddero terrorizzando gli abitanti, che nascosero nelle cantine bambini, donne e anziani, a partire da quel giorno; dopo il primo raid, le famiglie uscirono dai nascondigli e si vide del fumo dalla zona del monte Crnica, dove sembrava che fossero state sganciate le bombe; poco dopo, un annuncio shock alla radio convinse i padri di famiglia a portare in salvo mogli e figli sulla costa croata, la riviera di Makarska, dato che quella non era una zona interessata dai combattimenti. La fuga iniziò intorno al 9 aprile.

Il conduttore della trasmissione radiofonica aveva comunicato che circa 50 aerei erano in procinto di bombardare l’Erzegovina occidentale; provate a immaginare la reazione: tutti si erano abbracciati e salutati, convinti di essere sul punto di morire.

Ed eccoci arrivati all’8 aprile 2020: non siamo nascosti in cantina per ripararci dai bombardamenti, ma siamo in casa per sfuggire all’epidemia di Sars-CoV-2.

Molti di quelli che hanno vissuto quei momenti nel 1992, sono oggi in quarantena: prima il nemico era visibile e rumoroso, uno stormo di aerei da guerra, oggi il nemico è invisibile e incute timore con il silenzio che ha generato.

Oggi come allora si prega nelle case, essendo limitati negli spostamenti, confidando nell’intervento materno della Regina della Pace: in quegli anni cominciavano a delinearsi le frontiere ma erano aperte per scappare, oggi sono chiuse e – pur volendo – non è possibile essere al sicuro in nessun luogo, neanche sulla riviera di Makarska, dove il turismo si era fermato, proprio come adesso, ma gli alberghi erano aperti per ospitare i profughi.

Sono situazioni simili, quelle che stiamo vivendo e – al tempo stesso – profondamente diverse.

Dopo i primi bombardamenti la vita ricominciò lentamente, pur essendo in guerra: la maggior parte dei profughi (quasi tutti donne, bambini e anziani) tornarono a Medjugorje e Citluk dopo la stagione estiva del 1992, ricongiungendosi con gli uomini che li avevano accompagnati al sicuro per poi arruolarsi nella difesa, i bambini tornarono a scuola, il lavoro riprese, seppur lentamente, e le Sante Messe, che non erano mai state interrotte ma celebrate nei luoghi riparati, continuarono a consolare il popolo.

Aspettiamo e preghiamo con la certezza che, anche questa volta, la Gospa intercederà per noi e per tutti i Suoi figli, in ogni parte del mondo.

Medjugorje 8 aprile 2020
Claudia

p.s.: Devo ringraziare mio marito Mario e i suoi ricordi di ragazzino undicenne, troppo piccolo per combattere, ma abbastanza grande per vivere quelle esperienze e raccontarle a me oggi …

Scritto da:

Claudia@ReginaDellaPace.IT

Sono nata in Italia il 17 Aprile 1982 a Foggia, sono arrivata a Medjugorje nel 2010 ed il 14 Febbraio 2015 ho sposato Mario, nato e residente nella regione che comprende Medjugorje; adesso sono madre di due bellissime bambine e divido la mia vita fra Citluk, Medjugorje e l'Italia.

Sono Laureata in Lingue all'Università di Chieti e Pescara ed ho lavorato anche all'Università di Mostar (Filozofski Fakultet Sveucilista u Mostaru). Grazie a queste competenze ma, soprattutto, per la mia devozione alla Madonna, che mi accompagna dall'infanzia, mi sono occupata a vari livelli di pellegrinaggi, ed ho scritto più articoli per varie riviste.